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Un papero sulla tastiera

No, non sto parlando di una tastiera in particolare.
C’è anche sulla vostra, come su tutte le tastiere italiane (lo sapete vero che la disposizione dei tasti varia leggermente nazione per nazione?); su quelle inglesi è ancora più in vista, ma è possibile trovarlo su tutte, davvero su tutte le tastiere “fisiche”, quelle in plastica per intenderci… su quelle degli smartphone spesso è un po’ nascosto, si trova tra i simboli.

Certo, non ha diritto a un tasto tutto suo… da noi, in Italia, divide lo spazio con la o accentata (ò) e la c con la cediglia (ç).
All’inizio era considerato addirittura meno importante di quest’ultima: la c con la cediglia infatti appare con la contemporanea pressione del tasto delle maiuscole, mentre per far apparire il papero bisogna premere il tasto Alt Gr (e, datemi retta, Alt Gr non è un tasto molto conosciuto).
Oppure, e questo magari per alcuni sarà una novità, se avete una tastiera con il tastierino numerico nella parte destra, potete provare a digitare 6 4 sul tastierino mentre tenete premuto il tasto Alt.

Insomma, avete capito di che cosa sto parlando?

Eccolo qui.
“At” per i più professionali.
La “chiocciola” per i più informali.

Ma in ogni paese del mondo è chiamato in un modo diverso.

Il termine “chiocciola”, infatti, è conosciuto solo in Italia.
I greci, per svelare il gioco di parole alla base del titolo del post, lo chiamano amichevolmente Παπάκι (Papáki, letteralmente piccolo papero, anatroccolo).
In alcuni paesi scandinavi è invece una “coda di gatto”, ma il nomignolo che va per la maggiore nel mondo è “coda di scimmia”.

La cosa più stupefacente di questo segno tipografico che per molti, quasi tutti, rappresenta un po’ il simbolo di questa “era digitale” (dalle email per arrivare fino a molti social network) è che ha invece origini molto antiche.

Gli albori

La prima apparizione della @ risale infatti al 1345.

Ma dobbiamo fare un ulteriore passo indietro, intorno al 1150.
Costantino Manasse, uno storico bizantino, scrive “Cronaca universale” (Χρονική σύνοψις), un componimento in versi in lingua greca.
Si tratta di un manuale di storia, che tratta dalla creazione del mondo fino al 1081, anno in cui Alessio I Comneno, imperatore bizantino, sale al trono.

Si trattava infatti di un’opera puramente celebrativa, dedicata alla sposa dell’imperatore, Irene.
Ma, come si direbbe con un linguaggio attuale, scoppia il “caso editoriale”!

L’opera ha un grande successo.
Viene trasformata in prosa e tradotta quindi in bulgaro.
Tornando nel 1345, l’edizione in prosa bulgara viene finemente illustrata con 69 miniature che rappresentano un centinaio di scene storiche.
L’opera, peraltro, é attualmente conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Miniatura 19 dalla Cronaca Universale di Costantino Manasse, 14mo secolo: Fuga di Paride ed Elena e l’inizio della guerra di Troia. Wikipedia, PD-Art

Nella miniatura numero 19, poco sopra ad una nave che riporta gli innamorati Paride ed Elena verso Troia, ecco apparire come prima lettera della parola “Amin” (Amen) la nostra chiocciola!

In questo caso non è associato alla chiocciola alcun significato particolare: potrebbe semplicemente essere il parto della fantasia di un amanuense particolarmente ispirato.
Insomma si tratta di quello che potremmo chiamare una “meteora”, un’apparizione singola e slegata da qualsiasi tipo di significato o contesto.

Le origini

Facciamo un passo indietro, anzi in avanti, come in un film di Nolan.
Ai giorni nostri la chiocciola viene utilizzata solo per le email?
No, assolutamente no.

Innanzitutto può essere usata anche nella posta cartacea, proprio ad indicare la presenza del destinatario presso un’azienda o un’altra famiglia; sostituisce la dicitura “presso” oppure la più anglosassone “c/o” (care of).

In ingegneria meccanica ed elettronica viene utilizzata per indicare il “contesto” in cui si ottengono certe prestazioni: un apparato elettronico eroga 100 Volt @ T=25°C (alla temperatura di 25 gradi) oppure un motore di un’auto eroga 100 KW @ 5000 rpm (a 5000 giri al minuto).

Analogamente indica, in economia, il cambio di una moneta in corrispondenza di un’operazione con valuta estera (ad esempio si può dire che si possono investire 1000 AUD @ € 1,57 ovvero 1000 dollari australiani quando un euro vale 1,57 dollaro australiano) oppure il valore di un titolo quando si fa un’operazione di acquisto o di vendita (es. FCA 500 @ € 12,40 ovvero 500 azioni Fiat Chrysler Automobiles al valore di 12,40 euro ciascuna).

Da questi ultimi utilizzi ne deriva il significato “commerciale” anglosassone che si può sintetizzare come “at a price/rate of” (in italiano: “al prezzo di”) … o più semplicemente “at“, il nome con cui viene identificata ancora adesso in tutti i paesi anglosassoni, appunto.
Ecco anche l’origine del suo secondo nome, “A commerciale”, a fare il paio con &, l'”E commerciale”.

Ma, ecco, torniamo al primo nome, “at”: al contrario di “chiocciola”, “coda di gatto” e “coda di scimmia”, è assolutamente distinto dall’aspetto grafico del segno. E sarà proprio per questo che da “at” parte il primo studio sull’origine del carattere.

La prima teoria

Nel 1932, infatti, Berthold Louis Ullman, uno dei più importanti latinisti statunitensi della sua epoca, nonché paleografo (cioè studioso della scrittura in tutti i suoi aspetti storici), afferma[1]Ullman, B. L. (1932). Ancient Writing and its Influence. London, England: Longmans, Greens and Co. – pag. 187, archive.org che tra le legature latine “esiste anche il segno @ che sta in realtà per ad, con una d onciale esagerata“.

There is also the sign @,
which is really for ad,
with an exaggerated uncial d

B. L. Ullman, Ancient Writing and its Influence,
Longmans, Greens and Co., 1932

Per il buon Bertoldo, insomma, la nostra chiocciola non sarebbe altro che un ad latino.
Con l’utilizzo continuato, le due lettere a e d si sarebbero “fuse” assieme a formare quella che in tipografia si chiama una “legatura“.
Alcuni esempi di legature latine sono costituite ad esempio dalla a e dalla e nel dittongo latino ae che diventano æ oppure la stessa “e commerciale” che abbiamo già visto in precedenza, dove la e e la t della congiunzione latina et diventano &.

Partendo da questi esempi pareva infatti abbastanza banale estendere il concetto alla nostra chiocciola, dove lo “svolazzo” intorno alla a minuscola sarebbe stato in realtà una d “arrotolata all’indietro”. Questo combaciava anche con lo stile di scrittura onciale, utilizzato dagli amanuensi latini e bizantini e più tardi, nei titoli e nelle intestazioni, fino al tredicesimo secolo.

Sarebbe stato semplice spiegare successivamente il passaggio dall’ad latino all’at anglosassone.

Ma no.
Questa semplice teoria, perché più di una teoria non è, non convinceva molti studiosi.

La realtà storica infatti non è mai semplice e c’è voluto un italiano, quasi 70 anni dopo Ullman, per aggiungere un importante tassello.

La pista “toscana”

Nel 2000, infatti, Giorgio Stabile, professore di Storia della Scienza all’Università “La Sapienza” di Roma, porta a termine una ricerca in tal senso per l’Istituto Treccani.

Nessun simbolo nasce dal nulla
e nessun simbolo viene scelto a caso

Giorgio Stabile, L’icon@ dei mercanti, Roma, Istituto Treccani, 2000

Nel brillante articolo intitolato “L’icon@ dei mercanti”[2]Stabile, G. (2000), L’Icon@ dei mercanti. Roma, Italia: Istituto Treccani – Internet Archive il Prof. Stabile rileva come, sebbene la denominazione “at” sia effettivamente non collegata al segno grafico, essa non sia l’unica ad avere questa caratteristica.
Così come “at” è diffusa in tutto il mondo anglosassone, ne esiste un’altra, altrettanto originale e slegata dall’aspetto grafico di @, che è invece diffusa in tutta l’area di lingua spagnola, America Latina inclusa.

Si tratta della denominazione “arroba“.

Come molte parole di origine spagnola a sua volta deriva dal termine arabo rub’a, il cui significato si lega ad un’unità di misura e significa “un quarto”.
Il termine, originariamente diffuso in Iraq, Egitto e Arabia, si diffonde presto in quasi tutta la penisola iberica durante la lunga occupazione saracena.
Attraverso il castigliano il termine “arroba” entra a far parte del latino medievale, dove assume il significato sia di un’unità di peso (25 libbre) ma anche quello di una misura di vino.

Proprio per questo significato metrologico visibilmente collegato al commercio, il Prof. Stabile decide di addentrarsi non nella grafia onciale, roba da monasteri e amanuensi, Guglielmo di Baskerville e novizio Adso, ma di indagare invece nel campo della scrittura mercantesca, la scrittura utilizzata dai mercanti e successivamente dalla borghesia in genere tra il tredicesimo e il sedicesimo secolo.

Non posso esimermi, per mero orgoglio campanilistico, dal segnalarvi che il primo documento scritto in mercantesca è la cosiddetta Carta Pisana, un portolano (cioè una carta per la navigazione) risalente al 1275 circa.

Carta Pisana, Département des cartes et plans della Bibliothèque nationale de France, Parigi. Wikipedia, PD.

Il documento, attualmente conservato al Département des cartes et plans della Bibliothèque nationale de France, a Parigi, è sicuramente la più antica carta nautica ancora esistente e deve il suo nome al fatto di essere stata ritrovata a Pisa.

Tornando all’indagine sulla scrittura mercantesca, il nostro docente trova diversi indizi all’interno di un’opera di Federigo Melis e Elena Cecchi [3]Melis, F. & Cecchi, E. (1972). Documenti per la storia economica dei secoli XIII-XVI con una Nota di Paleografia Commerciale (per i secoli XIII-XVI). Firenze, Italia: Olschki.

La co-autrice elenca le abbreviazioni utilizzate in questo tipo di scrittura: in particolare quelle utilizzate a scopo “logistico”, diremmo oggi, ovvero per descrivere la merce e le relative unità di misura… e già all’inizio dell’elenco si nota una promettente:

“a (con svolazzo in senso antiorario) = anfora” tratto da Elena Cecchi, Nota di Paleografica Commerciale (per i secoli XIII-XVI), Firenze, Olschki, 1972.
Per gentile concessione della casa editrice.

Già… ma come è questo “svolazzo in senso antiorario” attorno ad una “a”…? Non ci fidiamo, vogliamo vedere qualcosa! 🙂

Ci viene in aiuto messer Francesco Lapi da Firenze (questi toscani…), un mercante che, nei primi anni del 1500, aveva i suoi affari nella città di Siviglia.
Affari e non solo, visto che si era accompagnato con una donna locale, tal Belgara, e aveva avuto anche un figlio.

Siviglia si trova vicina al porto di Cadice che, in quel periodo, è uno dei porti di interscambio con il continente americano appena scoperto.
Ed è proprio a riguardo dei grandi guadagni che si possono ottenere con questi scambi che, il 4 maggio 1536, Francesco Lapi scrive una lettera a tal Filippo di Filippo Strozzi in Roma.

Trascrizione della lettera di Francesco Lapi a Filippo di Filippo Strozzi, 4 maggio 1536.
Tratta da Federigo Melis, Documenti per la Storia Economica dei secoli XIII-XVI, Firenze, Olschki, 1972.
Per gentile concessione della casa editrice.

Sembra che il vino fosse una materia molto ricercata e pagata bene “perché là un’anfora di vino, che è 1/30 di botte, vale 70 o 80 ducati.

Originale della lettera di Francesco Lapi a Filippo di Filippo Strozzi, 4 maggio 1536.
Tratta da Federigo Melis, Documenti per la Storia Economica dei secoli XIII-XVI, Firenze, Olschki, 1972.
Per gentile concessione della casa editrice.

Immaginatevi quindi lo stupore di vedere che alla parola “anfora” corrisponde nel documento originale un segno indubitabilmente uguale alla nostra cara chiocciola.

Ecco quindi trovato il significato originale della @: l’unità di misura anfora.

Ma “arroba“? In fondo eravamo partiti da lì, ovvero da come la chiocciola viene chiamata nella maggior parte dei Paesi ispanoamericani.
Bisognerebbe trovare una controprova.

Il Prof. Stabile chiude il cerchio, o meglio la chiocciola 🙂 , con una semplice ricerca su un dizionario spagnolo-latino dell’epoca.
Antonio de Nebrjia lo pubblica infatti a Salamanca nel 1492, e Samuel Gili Gaya lo riporta integralmente nel Tesoro Lexicografico (1492-1726), edito a Madrid nel 1947.
E proprio a pagina 226 di quest’ultima opera si trova il termine arroba, a cui viene fatta corrispondere la traduzione amphora.

Dunque, finito qui? L’ipotesi di Ullman ( ovvero @ significa ad ) è da considerare tramontata?

C’è una sola verità?

Non siamo nel campo delle scienze esatte: lo stesso Prof. Stabile ipotizza che i due significati diversi abbiano la stessa dignità e si siano fondamentalmente evoluti in due “universi” commerciali complementari e non sovrapposti, nel nord del mondo quello inglese (anglosassone), a sud quello ispano-latinoamericano.

La teoria di Ullman, comunque non suffragata al momento da prove, viene rafforzata anche dal significato che la stessa chiocciola assume in documenti leggermente più recenti, ovvero quello di “addì”, parola usata spesso, anche ai giorni nostri, nella datazione di documenti.
Si noti, guarda caso, che nella stessa lettera riportata prima, la a di “addì” ha infatti la stessa grafia di una chiocciola.

Particolare della lettera di Francesco Lapi a Filippo di Filippo Strozzi, 4 maggio 1536.
Tratta da Federigo Melis, Documenti per la Storia Economica dei secoli XIII-XVI, Firenze, Olschki, 1972.
Per gentile concessione della casa editrice.

Questo gioca a favore di un legame tra la chiocciola e il significato “ad”, che anche oggi rimane nel utilizzo come “presso”.

Altri studiosi invece propendono per l’ipotesi che l’utilizzo come abbreviazione di anfora sia l’origine di @ che poi il simbolo si sia diffuso nel mondo anglosassone senza portarsi dietro anche il suo significato.

La revisione spagnola

Un particolare interessante in proposito si trova in alcuni documenti antecedenti alla lettera di Francesco Lapi, analizzati da Jorge Ro­mance in un blog spagnolo [4]Ro­mance, J. (2009, 30 giugno). La arroba no es de Sevilla (ni de Italia). Disponibile 5 febbraio, 2021, da purnas.com nel 2009.

L’autore porta infatti all’attenzione un documento che riporta la registrazione di una spedizione di grano dalla Castiglia verso il Regno di Aragona.

Taula de Ariza, 1448.
Nella seconda riga, al centro, si nota un carattere simile alla @

Anche qui si nota un simbolo molto simile alla nostra chiocciola, leggermente diverso nel centro del segno, su un documento antecedente di quasi un secolo.

Ne approfitto per fare una considerazione che si applica a tutti i ragionamenti che abbiamo fatto fin qui.
Stiamo parlando di scrittura “a mano”, o meglio “a penna”… quindi è ovvio aspettarsi una certa variabilità tra i caratteri, soprattutto per quello che riguarda le abbreviazioni; oltre che dalla grafia, dalla tecnica e dalla scolarizzazione dello scrittore l’aspetto dei vari segni dipende anche dal tipo di documento: un registro contabile sarà stato compilato con meno cura e più velocemente rispetto ad un contratto ufficiale, ad esempio.

Oltre a questo documento, nel blog ne appaiono altri due, a mio avviso decisamente più interessanti.

Taula de Calatayud, 1445
Taula de Monzon, 1445

Questi due documenti, analoghi alla Taula de Ariza, trovati a Calatayud (che si trova vicino alla stessa Ariza, a poche decine di chilometri a sud-ovest di Saragozza) e a Monzon (sempre a poche decine chilometri da Saragozza, ma in direzione opposta) contengono quella che già ad un occhio poco esperto appare come una novità.

Il simbolo che assomiglia alla chiocciola sembra proprio nascere non da una “a” con uno “svolazzo”… bensì dalle lettere “ro“.
Ciò potrebbe legare il nostro simbolo direttamente alla parola arroba e con la sua radice araba rub’a.

Fermiamoci per il momento qui.
Abbiamo ancora molta strada da fare per arrivare ai nostri giorni.
Ci basti sapere [5]Magno, A. M. (2016, 7 marzo). Tomlinson era un grande ma-la @ l’abbiamo inventata noi italiani non lui. Disponibile 5 febbraio, 2021, da glistatigenerali.com che da ora in poi @ inizia a diffondersi in tutto il mondo… partendo dall’Italia (Genova, Venezia, …) e non solo.
Arriverà presto nel Nuovo Mondo;
in una fattura [6]George Washington Papers, Series 4, General Correspondence: Horatio Gates, Stationary Invoice. 1779. Manuscript/Mixed Material, LibraryOfCongress del 20 settembre 1779 per materiale di cancelleria (destinato niente di meno che a George Washington) i prezzi unitari dei vari oggetti sono tutti preceduti da @.

Tempi “moderni”

Siamo giunti quindi nel 1800.

Il primo giugno del 1852 viene presentato, negli Stati Uniti, il brevetto numero 8980: firmato dal signor John Jones, di Clyde NY, si intitola “miglioramenti per la copiatura di manoscritti”.

Incipit del brevetto US.8980, 1 giugno 1852, Google Patents

Recita più o meno così: “Sia noto che io, John Jones, di Clyde, nella contea di Wayne e Stato di New York, ho inventato un nuovo e utile apparato o macchina con il quale una persona può copiare un manoscritto oppure scrivere i propri pensieri direttamente su carta stampata, e questo apparato o macchina io chiamo tipografo meccanico (Mechanical Typographer)…”.
Apparato che ai giorni nostri è universalmente conosciuto come macchina per scrivere.

I primi prototipi assomigliavano più a macchine da cucire, la cui tecnologia avevano preso a prestito e riadattato, con risultati piuttosto approssimativi.

Anche il genio di Christopher Latham Sholes sin dal 1867 si scontrò con diversi tentativi, falliti, per lanciare la produzione in serie di un suo prototipo.
Al signor Sholes dobbiamo, ad esempio, l’invenzione dello schema QWERTY, ovvero il metodo, usato tutt’oggi, per distribuire le lettere su una tastiera pensato all’epoca per minimizzare la probabilità di inceppamenti dei martelletti.

Remington No. 1, 1874.
Immagine da Wikipedia, CC BY-SA 3.0.

Nel 1873 l’azienda E. Remington and Sons, con decenni di esperienza nel campo della produzione di fucili, rilevò il progetto e la macchina vide la luce e soprattutto la commercializzazione in serie a partire dal 1 luglio del 1874, ovviamente non più come Sholes&Glidden Typewriter ma con il più altisonante nome di Remington No. 1, quella che si può considerare come la prima vera macchina per scrivere.

Il primo papero su una tastiera

Ma perché tutto questo interesse per le macchine per scrivere?

Macchina per scrivere “Hammond 1”, 1889.
La freccia indica il tasto che contiene X , 7/8 e il carattere @

E’ presto detto.

La nostra “A commerciale” appare [7]Hou­s­ton, K. (2011, 24 luglio). The @-symbol. Disponibile 5 febbraio, 2021, da shadycharacters.co.uk per la prima volta su una “tastiera” nella macchina per scrivere compatta “Hammond 1”, in una delle sue ultime versioni (1889).

Nelle prime versioni, infatti, la chiocciola non era presente e il fatto che James Bartlet Hammond (giornalista statunitense e inventore) si sia trovato costretto ad aggiungerla implica probabilmente, e senza particolare sorpresa, che le sue macchine da scrivere abbiano avuto successo soprattutto nel campo commerciale ed economico e che la chiocciola fosse considerata indispensabile in tale settore.

L’esistenza, ma soprattutto l’importanza, del segno @ viene infatti sancita pochi anni più tardi in un manuale tecnico [8]Pasko, W. W. (1894). American Dictionary of Printing and Bookmaking. New York, USA: Howard Lockwood & Co. – Google Books edito a New York di cui, qui di seguito, potete vedere un estratto relativo:

American Dictionary of Printing and Bookmaking, New York, Howard Lockwood & Co., 1894, pagina 107.

A conferma di ciò, nel 1895, la chiocciola è invece già presente sulla prima versione della macchina per scrivere della neonata “Underwood Typewriter Company“, un’altra azienda americana con sede a New York (che, guarda i casi della vita, sarà poi acquisita nel 1963 dalla “nostra” Olivetti).

Sic transit gloria mundi, da ora in poi la nostra storia continuerà dall’altra parte dell’Oceano Atlantico.

Attacchiamo la spina!

Infatti è proprio in seguito al Censimento degli Stati Uniti del 1890, più in particolare per l’analisi della mole di dati da esso raccolto, che viene realizzato un nuovo prodigio della tecnica.

L’ingegner Herman Hollerith, un immigrato tedesco di seconda generazione, sviluppa le idee che erano state di Charles Babbage e realizza, appena in tempo, nel 1890 appunto, la “macchina tabulatrice”: una macchina in grado di elaborare in maniera veloce una grande quantità di dati, a condizione che questi dati fossero inseriti nel sistema sotto forma di schede perforate. Una matrice di aghi e dei contatti elettrici erano in grado di rilevare la presenza (o l’assenza) di un foro, incrementando opportunamente un contatore analogico.

In questo caso non ci interessa la macchina in sé, anche se essa ebbe un grandissimo successo: infatti l’azienda di Hollerith si fuse insieme ad alcune altre e la società risultante prese il nome, nel 1924, di International Business Machines Corporation.
Già, l’IBM. Una multinazionale forse sconosciuta alle grandi masse, soprattutto più giovani, ma che nel 2018 aveva più di 350mila dipendenti con un fatturato di 80 miliardi di dollari.

Quello che ci interessa qui è come le informazioni venivano rappresentate sulle schede perforate.

Scheda perforata per la macchina tabulatrice di Hollerith, 1890. Wikipedia, PD.

Mentre la macchina di Hollerith utilizzava delle schede pensate apposta allo scopo (ovvero, ricordiamolo, il censimento), quando queste macchine iniziarono a diffondersi si dovette pensare ad un modo “standard” di rappresentare le informazioni: è proprio l’IBM che intorno agli anni trenta definisce il BCDIC (Binary-Coded Decimal Interchange Code), essenzialmente un codice che associa alle perforazioni su ciascuna colonna della scheda un carattere dell’alfabeto.

Scheda perforata per calcolatore, IBM 704 Fortran, anni ’50.
Ogni colonna codifica un carattere. Wikipedia, CC BY 2.0

Ecco che quindi, dopo questa lunga premessa, ci poniamo la solita domanda… ma la nostra chiocciola c’era in quel codice?
No, nella prima versione del BCDIC, risalente appunto agli anni trenta, la chiocciola non c’era.
Immolata sull’altare della semplicità: quel codice consentiva di inserire i numeri, le lettere (maiuscole) e solo 3 altri simboli.

Ma già nella nuova versione del codice, risalente agli anni cinquanta, ecco riapparire la nostra @, insieme ad una decina di altri simboli.
Ciò a ribadire l’importanza che ormai si era conquistata nel mondo degli affari e del commercio.

Ma dunque come si scrive chiocciola su una scheda perforata?
Non so, magari per fare un biglietto da visita old-style… 😉

Scegliamo una codifica, ad esempio la IBM029, nata intorno al 1964.

Generatore di schede perforate online, codifica IBM029, TheVirtualKeypunch

In cima alla scheda vedete il testo allineato alle colonne.
Il nostro simbolo @ è nella colonna 41 dove si trovano due “buchi” nelle caselle 4 e 8.

Insomma, è facile rendersi conto che con il passare degli anni le codifiche delle schede perforate evolvono e si moltiplicano.
Le caratteristiche comuni a tutte sono che, per questioni di velocità e di resistenza meccanica della scheda, ogni carattere (che corrisponde ad una colonna) può essere codificato con due, al massimo tre, fori.
Questo limita fortemente il numero di caratteri utilizzabili e c’è una tendenza a creare una codifica “specifica” per ogni settore di utilizzo (la programmazione, il data-entry, ecc.) allo scopo di utilizzare un insieme di caratteri piuttosto che un altro.

Presto questa proliferazione diventa non più sostenibile.
Anche perché poi la tecnologia evolve e le carte perforate iniziano a non rappresentare più un limite.
Si inizia a pensare di utilizzare in modo libero gli spazi sulla scheda: gli spazi sulla scheda diventano i “bit” nella memoria dei nuovi ma primitivi computer e un foro diventa “1” mentre l’assenza di foro diventa “0”.

Nel 1968 l’American National Standards Institute (ANSI) pubblica quindi il Codice Standard Americano per lo Scambio di Informazioni (American Standard Code for Information Interchange, ASCII, da pronunciarsi come “askey”) che utilizza 7 bit per codificare ben 128 caratteri.

Codice US-ASCII, tratto dal manuale del TermiNet300 (1971). Wikipedia, PD.

E la nostra chiocciola? Sì, c’è! 🙂 Proprio vicino alla A maiuscola.
Ha la codifica 1000000 che corrisponde al numero 64.
Se vi ricordate, all’inizio di questo post, vi ho detto che potete ottenere il simbolo @ sul vostro computer anche con la combinazione di tasti Alt e 6 4 sul tastierino numero.

Infatti la codifica ASCII (e le sue evoluzioni successive) è quella tuttora utilizzata per la codifica dei caratteri nei computer… e se conoscete il codice ASCII di un carattere potete ottenerlo tenendo premuto Alt e poi digitando il codice sul vostro tastierino numero.

Fantastico, no? 😉

Promossa sul campo

Fino ad adesso la chiocciola è un simbolo che non ha nessun significato particolare nel mondo dell’informatica o delle telecomunicazioni.
Anzi, in realtà, come abbiamo visto, ha un utilizzo abbastanza di nicchia, confinato negli ambienti economici, commerciali e finanziari.
E questa sarà un po’ la sua fortuna… ma andiamo con ordine.

Lo scenario

Siamo negli anni sessanta.

Il mondo dei computer é molto diverso da quello che siamo abituati a vedere adesso.
Possedere un computer era una prerogativa di università e grandi aziende, a causa delle dimensioni (nella migliore delle ipotesi serviva una stanza bella grande), dei costi e della professionalità necessaria.
Facciamo un esempio? Questa specie di grande lavatrice è l’hard disk IBM 2311, messo in commercio a partire dal 1964.

IBM 2311 Disk Drive, Wikipedia (CC BY-SA 3.0)

Collegando otto di questi apparati al sistema IBM 2314 Direct Access Storage Facility si otteneva [9]IBM 2314 Direct Access Storage Facility, IBM Archives [10]Da Cruz, F. (2010, 23 agosto). A Chronology of Computing at Columbia University, Disponibile 5 febbraio, 2021 da Columbia University Computing History un disco dalla capacità di 58 Megabyte e dal costo approssimativo di 250 mila dollari.

Per darvi un’idea dei progressi, oggi un hard disk di “taglia media” si tiene comodamente in mano, ha una capacità di 2 Terabyte (pari a 2.097.152 Megabyte) e costa cinquanta euro.

Capite bene che queste “macchine” dovevano essere usate 24 ore su 24 per cercare di ammortizzarne i costi.
La cosa non costituiva un problema: essendocene così poche, moltissime erano le richieste di utilizzo. Ma come fare per condividere le risorse tra molti utenti?

All’inizio, all’epoca delle schede perforate, chi voleva sfruttare un po’ della capacità di calcolo di uno di questi “mainframe” (così si chiamavano al tempo) si recava di persona sul posto e consegnava il suo mazzettino di schede (contenenti il programma da eseguire e i dati di partenza) al personale del “centro di calcolo”.
La vostra richiesta, cioè le vostre schede, veniva messa in coda insieme a tutte le altre e prima o poi vi veniva restituito il risultato, un altro mazzettino di schede.

Con il progredire della tecnologia, gli ingegneri trovarono una soluzione più efficiente per permettere a utenti diversi di condividere la potenza di calcolo di un mainframe, ideando il concetto di “ripartizione di tempo”.

Gli utenti erano tutti collegati insieme e il sistema dedicava un pochino di tempo a ciascuno, a rotazione. Questo “pochino” era molto poco, ma la rotazione avveniva così velocemente che gli utenti avevano l’impressione di avere il mainframe tutto per loro.

Ma come si collegavano gli utenti?
Non ci scordiamo che siamo negli anni sessanta e ancora non c’è alcun concetto di rete.

Gli utenti si collegavano con quelle che si chiamavano (e si chiamano ancora, almeno nei musei) “telescriventi”.

Telescrivente Teletype ASR-33, con tastiera, stampante e perforatore/lettore di nastro.
Wikipedia, CC BY 2.0.

Erano costituite da una tastiera, dove si impartivano i comandi, e da una stampante, dove si ricevevano i risultati. Un lettore/perforatore di nastro poteva essere incluso per inserire o ricevere grosse quantità di dati.
Le più “eleganti” potevano essere dotate anche di un monitor, ma la loro tecnologia era a quel tempo poco affidabile e molto costosa.

Invece la Teletype ASR-33 si diffuse a macchia d’olio proprio per il suo costo contenuto e per la sua affidabilità: in 13 anni, a partire dal 1963, ne vennero costruite oltre 600 mila esemplari.

Le telescriventi potevano essere collegate direttamente al loro mainframe con un cavo oppure attraverso una linea telefonica, consentendo un collegamento a distanza.
Ma attenzione, non avevano un’intelligenza propria… erano poco più di una tastiera e di una stampante assemblate insieme.

Stanza telescriventi della TASS (Telegrafnoe Agentstvo Sovetskogo Sojuza, Agenzia Telegrafica dell’Unione Sovietica).
Primi anni ’60, Mosca. rferl.org

Per questo motivo ogni telescrivente era collegata in modo permanente al suo mainframe: quindi se un ufficio aveva necessità di collegarsi a 10 mainframe diversi, doveva dotarsi di 10 telescriventi, dando luogo ad una poco confortevole (le telescriventi scrivevano continuamente e rumorosamente) “stanza telescriventi”.

Le prime email

Il problema era ben noto a Robert Taylor, informatico americano, che nel 1965 lasciò la NASA per entrare nell’ARPA (Advanced Research Projects Agency, Agenzia per progetti di ricerca avanzata), oggi nota come DARPA (Defense ARPA).

L’ARPA, lo fa anche adesso, finanziava dei progetti di università e aziende private. In particolare, l’ufficio di Taylor si occupava di seguire tre progetti diversi e quindi era necessario che si collegasse a tre mainframe.
Ma facciamolo dire [11]Markoff, J. (1999, 20 dicembre). OUTLOOK 2000: TECHNOLOGY & MEDIA: TALKING THE FUTURE WITH: Robert W. Taylor; An Internet Pioneer Ponders the Next Revolution. Disponibile, 5 febbraio 2021 da The … Continue reading a lui stesso:

We had in my office three terminals to three different programs that ARPA was supporting. One was to the Systems Development Corporation in Santa Monica. There was another terminal to the Genie Project at U.C. Berkeley. The third terminal was to the C.T.S.S. project that later became the Multics project at M.I.T.

“Avevamo nel mio ufficio tre terminali per tre diversi programmi supportati da ARPA. Uno era alla Systems Development Corporation di Santa Monica. C’era un altro terminale per il Genie Project a U. C. Berkeley. Il terzo terminale era quello del progetto C.T.S.S., che in seguito divenne il progetto Multics, presso M.I.T.”

Attenzione, però: Taylor si trovava presso il Pentagono (in Virginia) e collegandosi al terminale del mainframe della Systems Development Corp. di Santa Monica (in California) poteva scambiare messaggi con gli altri utenti su quel mainframe, da dovunque fossero collegati.

Lo scambio di messaggi tra utenti dello stesso mainframe, anche se fisicamente distanti perché collegati ad esempio tramite telescriventi su linea telefonica, era infatti possibile [12]Kawamoto, D. (2016, 7 marzo) Creator Of Network Email Ray Tomlinson Dies. Disponibile 5 febbraio 2021, da InformationWeek sin dai primi anni sessanta grazie al programma SNDMSG.
Ovviamente il sistema era molto semplice, nemmeno lontanamente paragonabile alle email di oggi: in pratica ad ogni utente, identificato univocamente da uno username (nome utente), corrispondeva un documento di testo, in cui tutti gli altri utenti potevano aggiungere righe senza leggerne il contenuto: questo documento era insomma una rudimentale inbox o “posta in entrata”.

Il vero problema consisteva nella limitazione a poter scambiare messaggi solo tra utenti dello stesso mainframe.
Per il nostro Robert Taylor scrivere a diverse persone nei diversi progetti comportava spostarsi fisicamente da una telescrivente all’altra, e questo può essere realmente fastidioso anche se hai una sedia da ufficio con le rotelline 😉
E ovviamente un utente del mainframe di Santa Monica non poteva scrivere a un utente del mainframe di Berkeley.
Insomma questi supercomputer, che incominciavano ad avere prestazioni migliori e dimensioni più umane, non potevano parlarsi tra loro.

ARPAnet

Robert Taylor aveva già ben presente la problematica e anche come risolverla:

I said, oh, man, it’s obvious what to do: If you have these three terminals, there ought to be one terminal that goes anywhere you want to go where you have interactive computing. That idea is the ARPAnet. […] I decided to do that in late 1965. In February of 1966, I was officially the head of the Information Processing Techniques Office. So I went to see Charlie Herzfeld, who was the head of ARPA, and laid the idea on him. The first funding came that month. He liked the idea immediately, and he took a million dollars out of the ballistic missile defense budget and put it into my budget right then and there.

“Ho detto, oh, amico, è ovvio cosa bisogna fare: tu hai questi tre terminali, ma dovrebbe essercene uno solo che va ovunque tu voglia andare a fare elaborazioni interattive. Quell’idea è ARPAnet. […] Ho deciso di farlo alla fine del 1965. Nel febbraio del 1966 ero ufficialmente il capo dell’Ufficio delle Tecniche di Elaborazione delle Informazioni. Così sono andato a trovare Charlie Herzfeld, che era il capo dell’ARPA, e gli ho detto l’idea. Il primo finanziamento è arrivato quel mese. L’idea gli piacque immediatamente e prese un milione di dollari dal budget della difesa contro i missili balistici e lo inserì nel mio budget in quell’esatto momento.”

E’ così che ARPAnet vede la luce, con un taglio al bilancio delle difese missilistiche americane.
ARPAnet, per chi non lo sapesse, è un po’ la mamma di Internet, cioè il primo nucleo di Internet che collegava 4 centri di ricerca:

  • UCLA, Los Angeles
  • SRI, Stanford
  • UCSB, Santa Barbara
  • University of Utah, Salt Lake City
Log del IMP dell’UCLA: si nota alle 22:30 la scritta “Talked to SRI, host to host”, “Parlato con SRI, da macchina a macchina“, 29 ottobre 1969, Wikipedia, PD.

I primi 4 router (che al tempo si chiamavano IMP, Interface Message Processor, ed erano grandi come frigoriferi) si iniziarono a scambiare dati il 29 ottobre del 1969 (in particolare Los Angeles e Stanford) e formarono una rete stabile a partire dal 5 dicembre.

Nel dicembre 1970, l’anno successivo, gli IMP diventarono 13.
Oltre 40 nel 1973.
213 nel 1981.
Il 30 aprile 1986 arriverà anche il primo “segnale” dall’Italia, attraverso il CNUCE (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) del CNR di Pisa.

L’unica preposizione sulla tastiera

Ok, facciamo un passo indietro: dunque abbiamo la possibilità di scambiarci email tra utenti di uno stesso mainframe e la rete ARPAnet è nella testa di Taylor.
Cosa manca per avere l’email come la conosciamo oggi?
E, soprattutto, dove è finita la nostra chiocciola?

ARPA ha appena messo un milione di dollari sul piatto per la realizzazione di ARPAnet… e, essendo una agenzia statale, nel 1968 lancia un bando per il progetto.
Una delle 140 aziende ad aggiudicarsi i finanziamenti [13]Ward, M. (2001, 8 ottobre) H@ppy birthday to you. Disponibile 5 febbraio 2021 da BBC News si chiama Bolt, Beranek and Newman (oggi BBN Technologies, del gruppo statunitense Raytheon).

BBN lavora attivamente alla realizzazione della rete e, nel suo staff, un giovane laureato al MIT, Ray Tomlinson, si occupa di sviluppare del software ad-hoc.

In particolare si occupa di sviluppare il programma CPYNET, un software per trasferire dei documenti da un computer ad un altro.

In passato però aveva lavorato anche al programma SNDMSG che, come abbiamo detto poco prima, serviva agli utenti di uno stesso computer per scambiarsi messaggi.

Si rese conto subito che i due programmi potevano essere in qualche modo “uniti” per ottenere qualcosa di innovativo… ma non aveva avuto un incarico specifico dai suoi capi. Ray, infatti, ricorda:

(I did it ) mostly because it seemed like a neat idea.
There was no directive to “go forth and invent email”. The ARPANET was a solution looking for a problem.
A colleague suggested that I not tell my boss what I had done because email wasn’t in our statement of work. That was really said in jest because we were, after all, investigating ways in which to use the ARPANET.

“(L’ho fatto) soprattutto perché sembrava un’idea ben congegnata.
Non c’era alcuna direttiva per “andare avanti e inventare la posta elettronica”. ARPANET era una soluzione alla ricerca di un problema.
Un collega mi ha suggerito di non dire al mio capo cosa avevo fatto perché l’email non era nella nostra dichiarazione di lavoro. Questo è stato davvero detto per scherzo perché, dopotutto, stavamo indagando sui modi in cui utilizzare ARPANET.”

Nel 1971, all’età di 29 anni, Tomlinson si fece la fatidica domanda [14]Tom­lin­son, R. (2011 Luglio). The First Email. Disponibile 5 febbraio 2021 da openmap.bbn.com
Su un computer singolo, lo username dell’utente era sufficiente per identificare il destinatario di una email… ma su ARPAnet?
Sicuramente sarebbe stato necessario indicare anche il nome del mainframe dove era l’utente destinatario. Ma come separarli?

A Tomlinson serviva un carattere che non fosse presente nei nomi utente (quindi, ad esempio, il punto e il trattino non andavano bene) e ovviamente non doveva essere usato come carattere speciale nel sistema operativo che stava usando (TENEX). Quindi, ispezionando la tastiera della sua Teletype KSR-33, prese questa [15]Metz, C. (2012, 30 luglio). Meet the Man Who Put the ‘@’ in Your E-Mail. Disponibile 5 febbraio 2021 da wired.com decisione:

Of the remaining three or four characters,
the ‘@’ sign made the most sense.
It denoted where the user was … at.
Excuse my English.

Dei restanti tre o quattro caratteri, il segno “@” era quello con più senso.
Denotava “presso” quale host stava l’utente … Scusate il mio inglese.

Insomma, per Ray “@” è l’unica preposizione sulla tastiera.

Tomlinson aveva a disposizione due computer con sistema operativo TENEX che, sempre per confermare la grande fantasia degli informatici, aveva chiamato bbn-tenexa e bbn-tenexb.

I due computer fra cui venne scambiata la prima email: in primo piano bbn-tenexa, sullo sfondo bbn-tenexb; sulla sinistra si notano le due telescriventi KSR-33. Sono 2 DEC PDP-10 con processore KA10 (bbn-tenexa aveva 256 KBytes di memoria, bbn-tenexb 216 KBytes).
Foto di Dan Murphy.

I due computer pur essendo uno accanto all’altro erano comunque collegati tramite ARPAnet.

In un giorno non precisato [16]Tom­lin­son, R. (2011 Luglio). Frequently Made Mistakes. Disponibile 5 febbraio 2021 da openmap.bbn.com della fine del 1971, Ray si sedette alla telescrivente collegata al computer bbn-tenexb e scrisse un messaggio al suo account sul computer bbn-tenexa, componendo quello che è stato il primo indirizzo di posta elettronica della storia:

tomlinson@bbn-tenexa

Ma cosa c’era scritto nella prima email?
Niente di storico, niente alea iacta est, niente that’s one small step text for a man, one giant leap for mankind o roba simile.
Ci viene sempre in aiuto la memoria, relativa, del nostro Ray Tomlinson:

I have seen a number of articles both on the internet and in print stating that the first email message was “QWERTYUIOP”. ‘Taint so. My original statement was that the first email message was something like “QWERTYUIOP”. It is equally likely to have been “TESTING 1 2 3 4” or any other equally insignificant message. Apparently I didn’t hedge the statement enough because this got turned into bald statements that “QWERTYUIOP” was the the first email message. Probably the only true statements about that first email are the it was all upper case (shouted) and the content was insignificant and forgetable (hence the amnesia).

“Ho visto numerosi articoli sia su Internet che su carta stampata affermando che il primo messaggio di posta elettronica era “QWERTYUIOP”. Non è così. La mia dichiarazione originale era che il primo messaggio di posta elettronica era qualcosa come “QWERTYUIOP”. È altrettanto probabile che sia stato “TESTING 1 2 3 4” o qualsiasi altro messaggio altrettanto insignificante. Apparentemente non ho calcato abbastanza la dichiarazione perché questa è stata trasformata in dichiarazioni spoglie che “QWERTYUIOP” era il primo messaggio di posta elettronica. Probabilmente le uniche affermazioni vere su quella prima e-mail sono che era tutto maiuscolo (gridato) e il contenuto era insignificante e dimenticabile (da qui l’amnesia).”

Un software nato così in sordina si trasforma presto in una killer app per ARPAnet: lo stesso direttore dell’Ente, Steve Lukasik, si procurò una telescrivente portatile per potersi collegare a qualsiasi nodo della rete e controllare i suoi messaggi, un’inquietante finestra aperta sul nostro presente 🙂

Solo due anni dopo, nel 1973, il 75% del traffico su ARPAnet era costituito da email.

Il resto è presente

Da qui in poi la strada della chiocciola fa parte del nostro presente.

A partire da Twitter, entra nell’utilizzo comune per identificare un utente su un social network.
Molte aziende collegate al mondo dell’informatica la includono nei loro loghi.

In alcuni Paesi, come forse alcun@ di voi sapranno, viene usata anche come espressione di gender neutrality, al posto dell’asterisco.

Una cosa che forse non tutti voi sapranno, invece, è che la nostra cara chiocciola è stata “acquisita” dal MoMA (Museum of Modern Art) di New York [17]Antonelli, P. (2010, 22 marzo). @ at MoMA. Disponibile 5 febbraio 2021 da moma.org.

Ma cosa significa in pratica?
Ovviamente un segno, come @, non si può acquisire, comprare come un quadro o una statua.
Ma già ci sono edifici o dispositivi tecnologici (ad esempio, il Boeing 747) che sono “virtualmente” nella collezione del MoMA ma non lo sono fisicamente, per evidenti ragioni logistiche.
Il segno @ é l’unico oggetto free della collezione del MoMA, ma forse è anche uno dei molti ad essere senza prezzo.

Abbiamo fatto molta strada

Come vi avevo preannunciato, la chiocciola ha una storia non irrilevante.

In questo post, partendo dai monasteri bizantini del 1300, siamo andati a caricare anfore di vino sulle navi in partenza da Cadice per il nuovo continente americano e a trasportare carichi di grano tra le province spagnole.

Abbiamo visto arrivare la nostra chiocciola sulla prima tastiera, quella di una macchina da scrivere, alla fine del 1800.

Dalle schede perforate in poi, la storia della chiocciola si lega a doppio filo con quella dell’informatica e della rete ARPAnet, su cui abbiamo fatto una, ammetto, lunga ma spero interessante digressione.

Chiudiamo purtroppo con una nota triste.

Robert Taylor, il papà di ARPAnet, e Ray Tomlinson, il “talent scout” della chiocciola, sono recentemente mancati, rispettivamente nel 2017 e nel 2016.

Ma prima di tornare al vostro lavoro, magari a cliccare freneticamente su invia/ricevi per quella email che state aspettando oppure a gestire la decina che vi attende nella vostra posta in entrata… forse potete dedicare quattro minuti della vostra vita ad ascoltare questo breve discorso di Ray Tomlinson, in occasione del suo ingresso nella Internet Hall of Fame, avvenuto il 23 aprile del 2012.
E capire che, in fondo, geek si nasce, ragazzi si può rimanere anche a 71 anni, ma per diventare innovatori bisogna avere l’idea giusta al momento giusto.


Riferimenti

Riferimenti
1 Ullman, B. L. (1932). Ancient Writing and its Influence. London, England: Longmans, Greens and Co. – pag. 187, archive.org
2 Stabile, G. (2000), L’Icon@ dei mercanti. Roma, Italia: Istituto Treccani – Internet Archive
3 Melis, F. & Cecchi, E. (1972). Documenti per la storia economica dei secoli XIII-XVI con una Nota di Paleografia Commerciale (per i secoli XIII-XVI). Firenze, Italia: Olschki
4 Ro­mance, J. (2009, 30 giugno). La arroba no es de Sevilla (ni de Italia). Disponibile 5 febbraio, 2021, da purnas.com
5 Magno, A. M. (2016, 7 marzo). Tomlinson era un grande ma-la @ l’abbiamo inventata noi italiani non lui. Disponibile 5 febbraio, 2021, da glistatigenerali.com
6 George Washington Papers, Series 4, General Correspondence: Horatio Gates, Stationary Invoice. 1779. Manuscript/Mixed Material, LibraryOfCongress
7 Hou­s­ton, K. (2011, 24 luglio). The @-symbol. Disponibile 5 febbraio, 2021, da shadycharacters.co.uk
8 Pasko, W. W. (1894). American Dictionary of Printing and Bookmaking. New York, USA: Howard Lockwood & Co. – Google Books
9 IBM 2314 Direct Access Storage Facility, IBM Archives
10 Da Cruz, F. (2010, 23 agosto). A Chronology of Computing at Columbia University, Disponibile 5 febbraio, 2021 da Columbia University Computing History
11 Markoff, J. (1999, 20 dicembre). OUTLOOK 2000: TECHNOLOGY & MEDIA: TALKING THE FUTURE WITH: Robert W. Taylor; An Internet Pioneer Ponders the Next Revolution. Disponibile, 5 febbraio 2021 da The New York Times
12 Kawamoto, D. (2016, 7 marzo) Creator Of Network Email Ray Tomlinson Dies. Disponibile 5 febbraio 2021, da InformationWeek
13 Ward, M. (2001, 8 ottobre) H@ppy birthday to you. Disponibile 5 febbraio 2021 da BBC News
14 Tom­lin­son, R. (2011 Luglio). The First Email. Disponibile 5 febbraio 2021 da openmap.bbn.com
15 Metz, C. (2012, 30 luglio). Meet the Man Who Put the ‘@’ in Your E-Mail. Disponibile 5 febbraio 2021 da wired.com
16 Tom­lin­son, R. (2011 Luglio). Frequently Made Mistakes. Disponibile 5 febbraio 2021 da openmap.bbn.com
17 Antonelli, P. (2010, 22 marzo). @ at MoMA. Disponibile 5 febbraio 2021 da moma.org
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Ciao mondo!

Bel titolo per il primo post di un nuovo blog, no?
Beh, lo ammetto, non è farina del mio sacco. Si comincia bene, direte voi…

La piattaforma web su cui sto scrivendo (WordPress, per chi non avesse notato il rimando in fondo ad ogni pagina) contiene un primo articolo d’esempio che si chiama proprio “Ciao mondo!”.
Non ho fatto altro che mantenere il titolo originale, dunque.
Ma si tratta davvero di un titolo “originale”, ovvero inedito?

I più “tech” di voi lettori sapranno che, no, non è un titolo originale.
Spesso, in campo informatico, per fare degli esempi si usa spesso questa frase e la sua corrispondente in lingua inglese: “Hello, world!”.

Allora, chi è stato il primo ad aver avuto questa idea…?

Dobbiamo viaggiare indietro nel tempo fino al 1974.
L’Italia è scossa dal terrorismo (piazza della Loggia e Italicus) mentre gli Stati Uniti iniziano l’anno in pieno scandalo Watergate.

Proprio negli Stati Uniti, un trentaduenne di belle speranze, Brian Kernighan, scrive un breve tutorial (ancora disponibile qui) su come utilizzare un nuovo linguaggio di programmazione realizzato dal suo collega Dennis Ritchie; i due lavorano ai Bell Labs (sì, Bell come A.G. Bell, l’inventore della telefonia) quindi non sono proprio dei parvenu della tecnologia.

Il nuovo linguaggio di programmazione si chiama C ed è destinato a soppiantare il suo predecessore, il linguaggio B; della fantasia degli informatici ne parleremo in un post a parte 😉 .
Kernighan subito a pagina 1 rompe gli indugi e scrive questo “storico” esempio, un piccolo frammento di codice:

main( ) {
         printf("hello, world");
}

La parola main (“principale”, in inglese) sta ad indicare che quello che segue è il gruppo di istruzioni che il computer deve iniziare ad eseguire per primo e printf (abbreviazione di print formatted, “stampa formattato”).
Il testo originale è quindi “hello, world” e, se siete amanti della precisione, prendete nota delle minuscole e della virgola.

“hello, world” autografo di Brian Kernigham (1978): si nota l’aggiunta del carattere di controllo \n che indica il newline, ovvero il ritorno a capo (da Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Da allora “hello, world” è diventato lo standard de facto per introdurre l’utilizzo di un nuovo linguaggio di programmazione: ad oggi ne sono stati censiti ben 603 da un apposito sito.

E, sempre da allora, le belle speranze di Kernigham e Ritchie si sono concretizzate in milioni di mal di testa per altrettanti studenti di informatica.
Il “Kernigham & Ritchie”, così è affettuosamente chiamato il più famoso manuale del linguaggio C, è ancora irrinunciabilmente presente nella biblioteca di chiunque si avvicini alla programmazione.
Un linguaggio, il C, che infatti assolutamente non sente il passare del tempo ed è sempre nella Top Ten dei linguaggi più richiesti dal mondo del lavoro (fonte IEEE su dati CareerBuilder 2020).

Rimane però un dubbio o meglio una curiosità.
A chi si è ispirato Brian Kernigham per quel suo “hello, world”?

La domanda è stata posta da Forbes India allo stesso Kernigham nel 2011, in un’occasione triste, ovvero la morte di Ritchie avvenuta il 12 ottobre dello stesso anno.
La risposta non è molto soddisfacente, però.

Memory is dim now.
What I do remember is that
I had seen a cartoon that showed
an egg and a chick and
the chick was saying,
“Hello, world”.

La memoria è debole, adesso.
Quello che ricordo è che avevo visto un cartone animato
che mostrava un uovo e un pulcino e il pulcino diceva:
“Ciao, mondo”.

Un pulcino e un uovo.
Già: chi si aspettava un messaggio con un significato profondo, di apertura verso il mondo reale, in un’epoca in cui i computer erano relegati in stanze dedicate, soprattutto perché avevano delle dimensioni paragonabili a grossi armadi, può legittimamente rimanere deluso.

Se voi invece siete arrivati qui e non siete rimasti troppo delusi da questo post avete superato il test del mio “numero zero”.

Benvenuti!